Centinaia di troll sui social media contro i dissidenti sauditi

Kingdom tower, Riad

Secondo il New York Times sarebbero centinaia i “troll” ingaggiati sui social media dall’élite saudita, con l’unico scopo di contrastare i dissidenti come Jamal Khashoggi, il giornalista la cui scomparsa è in questi giorni al centro di un caso internazionale.

In Arabia Saudita Twitter è molto usato, grazie anche alla grande diffusione durante le varie “primavere arabe” iniziate nel 2010. Per diventare “troll” gli interessati avrebbero risposto a un annuncio di lavoro pubblicato da elementi collegati al governo saudita proprio su Twitter, dove si prometteva uno stipendio di 10.000 Riyal al mese (circa 2.300 Euro) con l’unico compito di “twittare” in continuazione.

La natura politica dei tweet è stata rivelata agli interessati solo in un secondo momento, ma a quel punto chi si sentiva a disagio ha preferito nasconderlo, temendo di essere considerato a sua volta un dissidente. Ed è così che queste centinaia di “troll” prezzolati hanno iniziato a lavorare, con i molteplici account Twitter a loro disposizione, su argomenti pre-assegnati dai loro datori di lavoro per insultare i dissidenti, disinnescare i dibattiti scomodi, promuovere la narrativa impartita dal regime.

A volte poi gli stessi strumenti messi a disposizione da Twitter, come le “segnalazioni”, sono usati per mettere a tacere i critici. In una conversazione visionata dai giornalisti del NYTimes post critici verso il governo saudita in merito ai bombardamenti in Yemen sono stati “segnalati” a Twitter da dozzine di troll, innescando quindi un meccanismo automatico che rende il post “nascosto” agli altri utenti di Twitter.

Secondo il New York Times dietro questa “troll farm” ci sarebbero il principe ereditario Mohammed bin Salman e il suo consigliere Saud al-Qahtani, da molti considerato lo Steve Bannon saudita.

L’articolo rivela inoltre che i sauditi nel 2015 avrebbero reclutato un dipendente di Twitter, Ali Alzabarah, per spiare gli account dei dissidenti e ottenere informazioni riservate come i numeri di telefono e gli indirizzi IP di collegamento. L’azienda venne informata dai servizi di sicurezza di un Paese occidentale e dopo un’indagine interna licenziò il dipendente, nonostante l’indagine non sia riuscita a fornire prove che Alzabarah passasse informazioni riservate al governo saudita.

Ho iniziato a interessarmi di cybersecurity dal 1989, quando ho "trovato" il mio primo virus. Dal 1992 me ne occupo professionalmente: per oltre un decennio come collaboratore di testate specializzate (fra cui PC Professionale), poi come consulente del Ministro delle Comunicazioni su aspetti di sicurezza delle reti, quindi con collaborazioni sui medesimi temi con Telespazio (gruppo Finmeccanica). Oggi mi interesso di nuove tecnologie (AI) e cyber warfare. Sono socio fondatore del chapter italiano di Internet Society e membro dell'Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche. Dal 2006 lavoro presso ESET Italia, dove ricopro il ruolo di Operations Manager. Il blog è personale.